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Il
14 gennaio 2011 il direttore della sala stampa
della Santa Sede, padre Federico Lombardi, dava
finalmente l’annuncio ufficiale tanto atteso:
“Il primo maggio 2011
Giovanni Paolo II - Karol Wojtyla - sarà
proclamato beato”. L’iter della causa
è durato sei anni e un mese, trenta giorni in
meno di quella, già velocissima, di Madre
Teresa di Calcutta. “Tutti i passi sono
stati fatti con cura, senza sconti”, precisava
padre Lombardi, con solo due facilitazioni:
“La prima di non attendere i cinque
anni dalla morte per l’inizio del processo,
alla luce della eccezionale attesa popolare e
della grande fama di santità. La seconda
facilitazione è consistita in una "corsia
preferenziale", che ha reso possibile fare
avanzare la causa stessa man mano che la
documentazione veniva ultimata e vagliata”.
Cento
giorni dopo, a poche ore ormai dagli onori degli
altari, ricordiamo Giovanni Paolo II non solo
come un grande papa, ma anche come l’uomo che
ha dato popolare splendore al ministero petrino.
Il papa polacco – “Mi
hanno chiamato da un paese lontano…”
-
ha ispirato, sin dall’insediamento, simpatia e
tenerezza nei cuori della gente. Credenti e non
credenti si sono legati a lui in un mistico
rapporto, intriso di amicizia e di filiale
fiducia.
Quella
sera del 16 ottobre 1978, quando ebbe inizio il
suo pontificato, con l’emozione mai celata dal
sorriso, salutava il popolo che gli era stato
affidato:“Se mi sbaglio mi corrigerete…” .
Una
frase pronunciata fuori dal protocollo, con
l’umorismo di un uomo semplice, desideroso di
condividere con la sua gente la grandezza di
quella chiamata.
Quell’esordio, per certi versi
così clamoroso, aprì uno squarcio di luce
nella notte romana e nel buio delle menti: era
l’alba di una nuova comunione della chiesa,
del pensiero libero e condiviso, del riscatto
dalla schiavitù della rassegnazione, della
fiducia nella diversità dell’individuo. Il
suo magistero pontificio si incuneerà in una
realtà tortuosa, concentrando la sua missione
laddove l’uomo veniva miseramente privato
della dignità e del diritto alla vita.
Se
ancora oggi Giovanni Paolo II è considerato uno
di noi, per alcuni un fratello maggiore, per
altri un buon padre, per altri ancora un dolce
nonnino, lo si deve anche all’uso costante e
coraggioso della parola SPERANZA… sentimento
comune della gente comune.
Attraverso
la speranza, riposta nella verità della parola,
Karol Wojtyla dimostra di essere un uomo
allenato a sognare… non se ne vergogna mai…
sogna un mondo senza barriere… senza
frontiere… un mondo capace di guardare alla
centralità dell’uomo come
un essere libero e prodigioso perché creato da
Dio e come tale da salvare dalla tirannia
dell’inerzia e dalla oscurità del peccato.
Qualche
anno dopo, conseguenza dell’attentato del 13
maggio 1981, Karol Wojtyla sperimenterà
pubblicamente la virtù del perdono, che rimarrà
traccia indelebile del suo pontificato. Il
perdono donato con sincera e fraterna carità
all’attentatore Alì Agca suscita entusiasmo,
ispira sentimenti di rivincita, vince sui
conflitti, sulla litigiosità, sulle divisioni,
è la sintesi evangelica che traccerà in
anticipo il percorso verso il nuovo millennio,
allorquando, con maggiore umiltà, il Santo
Padre più che perdonare chiederà perdono per i
peccati secolari della chiesa. Un
mea culpa che spazzerà via atavici tabù su
capitoli dolorosi e controversi come le
crociate, l'inquisizione, le persecuzioni contro
gli ugonotti, l'antisemitismo strisciante, lo
schiavismo. Giovanni Paolo II tenderà la mano
alla diversità, sia essa culturale, religiosa,
etnica, dando una forte spallata al pregiudizio
radicale e al fondamentalismo religioso. La
diversità non più come alibi per giustificare
la divisione fra gli uomini, ma come fonte di
prosperità e di ricchezza per alimentare e dare
vigore al sogno più bello e meraviglioso che un
uomo possa mai avere: la comunione e la pace fra
i popoli della terra.
Come un instancabile innamorato, sin dai primi viaggi pastorali, papa Wojtyla
muove e mobilita moltitudini di genti.
La
serenità gioiosa della buona novella che porta
con se, oltre a fare nuovi proseliti, ridesterà
la fede in moltissimi cattolici, da tempo
rifugiati nel limbo dei non praticanti. Per
Giovanni Paolo II l’uomo non è destinato a
vivere nell’oscurità, nella negazione
dell’esistenza di Dio e per promuovere questa
sua grande visione pastorale incentiverà, come
mai accaduto prima, il lavoro della
Congregazione delle Cause dei Santi. La sua
sensibilità lo indurrà a guardare con grande
accuratezza a nuove figure di uomini e di donne
per ergerli a modelli della chiesa, ma
soprattutto per offrire al popolo di Dio esempi
concreti di vite spese con fervente passione al
servizio del prossimo. Il pontificato di Wojtyla,
infatti, passerà alla storia anche per il
record dei santi (473) e dei beati (1231)
prodotti. Un numero talmente alto da indurre
qualche cardinale a storcere il naso e criticare
la superproduzione, parlando di "fabbrica
di santi". Queste grandi figure, fra
le quali anche quelle molto note di Padre Pio e
Madre Teresa, serviranno per confermare come
tutti gli uomini, attraverso le proprie scelte e
il proprio cammino di fede, siano destinati alla
santità.
Durante
il suo apostolato Giovanni Paolo II dedicherà
anche una attenzione particolare alle donne.
Nell'enciclica “Mulieris
Dignitatem” ne esalterà il genio, la sensibilità e la delicatezza, come valori
comparabili a quelli di Maria. "Grazie a
te, donna, per il fatto stesso che sei
donna!", esclamerà il papa in una
lettera apostolica pubblicata qualche anno dopo.
L’amore con il quale Karol Wojtyla guarda alla
figura femminile si rifà al rapporto filiale
che lo lega alla madre di Gesù. Una donna da
esaltare non come strumento di procreazione, ma
come creatura cara a Dio al pari dell’uomo,
alla quale Dio stesso si affida per concepire il
proprio figliuolo. Per esprimere compitamente
questo assioma il papa accosterà continuamente
la donna all’effigie mariana, animandola a
vivere fino in fondo questa simbiosi.
Il
pontificato di Giovanni Paolo II è
caratterizzato però anche da alcune grandi
delusioni che causeranno al Santo Padre
sofferenze maggiori di quelle patite nella
carne. Nel 2004 la costituzione votata dai paesi
europei oscurava di fatto le radici cristiane
del vecchio continente, lacerando una visione
per la quale Karol Wojtyla si era battuto, per
lunghi anni, con grande vigore. Per il papa era
ormai chiaro che l'Europa che si andava
costruendo era erosa alla base dal relativismo
etico, dall'utilitarismo e dal consumismo.
Giungerà
al 25° anniversario del suo pontificato stanco
e sofferente, ma mai domo e piegato dal peso che
era costretto a portare; come un uomo santo
gioiosamente abbandonato alla volontà di Dio,
pronto a percorrere, con la croce sulle spalle,
il cammino verso il calvario… verso la
certezza di Cristo Risorto.
La
sera del 31 marzo 2005 ebbe inizio la straziante
agonia di Karol Wojtyla che lo accompagnerà
fino alla morte, sopraggiunta alle 21,37 di due
giorni dopo. Per circa quarantotto ore gli occhi
attenti del mondo si concentreranno su piazza
San Pietro, sugli appartamenti papali, sulla
finestra di quella stanza dove Giovanni Paolo II
si batterà, per l’ultima volta, contro il
comune destino della morte.
Apprezzato
e amato senza eguali, pur di presenziare ai suoi
funerali giungeranno a Roma tutti i potenti
della terra. Grazie a lui, per qualche giorno,
la città eterna rivivrà i fasti di un tempo,
sperimentando, attraverso l’incontro di
tante civiltà, quella comunione per la quale il
grande papa si era battuto con irrefrenabile
passione.
La
voce delle centinaia di migliaia di fedeli,
accorsi a piazza San Pietro per i funerali, alla
fine delle esequie si leverà all’unisono.
Quel “Santo Subito” non sarà solo una
suggestiva invocazione, ma una conferma di come
la presenza carismatica di Karol
Wojtyla, attraverso il passaggio dalla esistenza
terrena alle braccia di Dio, sia divenuta
eterna. La beatificazione sarà solo una
ulteriore conferma di come il cammino intrapreso
la sera del 2 aprile 2005 non conoscerà mai
fine, sia nella grazia di Dio, sia nei cuori
della gente.
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