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Quando
si tenta di raccontare la storia
che caratterizza le tradizioni della
nostra città si ha la sensazione che
tutti quegli eventi, talvolta magnifici,
talvolta disastrosi, non siamo mai
accaduti.
Così
aggrapparsi ad un antico simbolo
può essere utile sia per ridestare il
desiderio di riappropriarsi della
propria memoria, sia per coltivare le
relazioni con il passato, comprendere
meglio il presente, guardare con
maggiore consapevolezza al futuro.
Uno
dei simboli più suggestivi e
significativi ai quali i messinesi,
ancora oggi, possono ricorrere per
riscoprire la propria identità è il
“Vascelluzzo”, artistica scultura
argentea così volgarmente chiamata, a
cui la città, da oltre quattro secoli,
dimostra di essere particolarmente
legata.
Il
Vascelluzzo, la cui storia alle
volte viene intesa erroneamente come
leggenda, è la sintesi iconografica di
quelli che furono alcuni |
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Il
Vascelluzzo nella Cattedrale di
Messina
Processione
"Corpus Domini" giugno
1943 (foto Arnone) |
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degli
avvenimenti più salienti verificatisi a Messina
dal principio dei vespri siciliani fino al
secolo XVII, tutti legati fra loro da un unico
filone: la devozione mariana.
Proprio
la storia racconta come Messina,
duramente assediata per mare dalle forze navali
angioine, patisse la fame, correndo il pericolo
di dover presto capitolare. Forti del loro
coraggio e della loro volontà di resistere,
sostenuti dal loro fervore religioso ed animati
dalle ispirate esortazioni di un Frate
Carmelitano, S. Alberto, i messinesi, pur
resistendo con tutte le loro forze
all’avversario, invocarono l’aiuto della
loro Celeste Patrona, la Madonna della Lettera.
Dopo
alcuni giorni, inspiegabilmente, tre
galee cariche di grano, guidate dal valoroso
Ruggero de Flor, superavano lo sbarramento
nemico ed entravano nel porto, scaricandovi il
loro prezioso carico. La città era salva dalla
fame ed i messinesi, considerando
l’avvenimento come fatto straordinario e
strepitoso, lo attribuivano all’intervento
miracoloso della Vergine Maria.
A
ricordo del grande avvenimento, il
Senato con un decreto del 7 febbraio
1576, commissionò ad alcuni cesellatori
messinesi una copia argentea di quelle galee,
come una “vara… in honor de Dio et della
Beata Vergine…”. Tale emendamento fu
succeduto, un anno dopo, da un decreto
Arcivescovile, il quale ricalcava, ovviamente
con toni più sacri, il precedente.
Nel
1585, una volta ultimata, la bellissima
opera venne affidata alla Confraternita dei
Marinai la quale, come previsto in entrambi i
decreti, ogni
anno, “…per la processione del Corpus
Domini, si sarebbe dovuta recare al Duomo con il
Vascelluzzo tutto parato… che sulla navicella,
nella coppa appesa all’albero maestro, venisse
deposta la Pigna (la reliquia mariana)
consegnata dal Decano del capitolo al
governatore del sodalizio… che alla fine della
solenne processione, questi l’avrebbe
riconsegnata al Decano, e solo dopo questo
rituale, il Vascelluzzo avrebbe fatto ritorno
alla propria sede…”. Tali antiche e
significative disposizioni si osservano, si
conservano e si ripetono ancora.
Intanto
un altro episodio straordinario si
verificò nel marzo del 1636, durante la
settimana santa, allorquando nei magazzini della
città rimanevano provvigioni per due o tre
giorni. Il pericolo della fame era più sentito
per l’imminenza della Pasqua. Il venerdì
santo l’angustia della fame era così tanta da
richiamare al pensiero la Passione di Cristo. Il
22 marzo, sabato santo, Messina “… era piena
di mal talento e di gravezza cercando per ogni
luogo il pane…”. Parve un autentico miracolo
vedere nello stretto tre grandi navi, che
restarono ferme anche il giorno seguente. Erano
navi fiamminghe. I comandanti, seppur
protestanti, impietositi dagli accorati appelli
di alcuni ambasciatori inviati a bordo dalle
autorità cittadine, disposero che un galeone
trasportasse tutto il carico in città, tanto
che una Pasqua che si prevedeva tristissima
riacquistò il suo carattere di giubilo.
Il
“Vascelluzzo” ancora oggi è
gelosamente custodito nella chiesa S. Maria di
Portosalvo dei Marinai, da dove anche quest’anno,
domenica 26 giugno, festività del Corpus
Domini, sarà solennemente portato in
processione, dalla omonima confraternita, per le
vie della città.
Particolare
suggestione suscita rivedere una foto
tanto rara, quanto preziosa per la sua
testimonianza, del giugno 1943 che ritrae il
“Vascelluzzo” in processione, all’interno
del Duomo di Messina, in gran parte diroccato e
invaso dalle macerie a causa degli incessanti
bombardamenti che colpirono in quegli anni la
città.
In
quella stessa foto, a precedere il lento
incedere dei portatori che dava una parvenza di
vita alla preziosa vara, si intravede un
bambino, minuto e scalzo, il suo nome Franco
Doddis. Il Vascelluzzo, per oltre sessanta anni,
assumerà le sembianze umane di quel bambino
divenuto in fretta uomo, si muoverà con le sue
gambe, parlerà con la sua lingua, sarà animato
dal suo grande cuore. Quest’anno per la prima
volta, dopo tanti anni, il Vascelluzzo dovrà
fare a meno del suo amante più instancabile e
premuroso che la storia ricordi. Mancherà la
sua passione contagiosa, mancherà il suo
sorriso, la sua tutela, la sua fierezza, mancherà
persino il suono del suo martello, che con tanto
fervore scandiva i tempi di partenza e di
fermata ai portatori.
So
per certo, caro Franco, che ti avrebbe
fatto piacere leggere queste poche righe
dedicate al tuo Vascelluzzo, ogni anno mi
incitavi a farlo, a starti vicino anche in
questo modo. Oggi l’ho fatto ricordando un
fratello, un padre scomparso, affinché anche
quelli che non hanno, come me e come tanti,
avuto la fortuna di conoscerti ed esserti amico,
possano comprendere meglio, attraverso il tuo
grande esempio, cosa significhi essere figlio
orgoglioso e innamorato di Messina e delle sue
più nobili e antiche tradizioni. Grazie Franco.
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