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Non
appartiene solo ai giorni nostri
l’umano desiderio di lanciarsi nella mistica
avventura di interpretare la volontà di Dio.
Un’aspirazione dalle radici molto antiche che,
in assenza della dovuta cautela, rischia di
sconfinare nella sciagurata ”arte” della
divinazione. La storia ci insegna, infatti, che
molte delle vicende sorte a causa di pittoresche
interpretazioni del pensiero divino,
travalicando il limite dell’intelletto umano,
sono state foriere di scismi, provocando, nei
casi più gravi, morti e distruzioni.
Il
tentativo fatto qualche settimana fa dal
prof. Roberto De Mattei, vice direttore del Cnr,
di dare una sua personalissima spiegazione, per
certi versi soprannaturale, all’evento
catastrofico che colpì Messina il 28 dicembre
1908, probabilmente sarà scaturito proprio da
quell’atavica smania di voler comprendere,
attraverso la fragilità e l’imperfezione
umana, le azioni e le opere che Dio ha in serbo
per l’umanità. La visione di un Dio iracondo,
che reagisce come un uomo qualunque, offeso per
gli sgarbi ricevuti, conferma come attraverso la
dissolvenza del dubbio la verità evangelica
rischi di essere travisata. Immaginare un
atteggiamento ostile di Dio verso l’uomo,
creatura concepita a sua immagine e somiglianza,
offende l’intelligenza del credente ma ancora
peggio offende il nome stesso di Dio.
Quale
padre che ama i propri figli, oltre ogni
umana immaginazione, li punirebbe con la
distruzione e con la morte? Quale mostruosità,
quale mistero non svelato si nasconderebbe
dietro un simile gesto?
Lo
stravolgimento teologico non poteva che
suscitare anche in città forte sgomento. Si può
comprendere come la collera e lo scandalo,
scaturiti da quel modo effimero, utilizzato come
deterrente, di avvalorare l’inquietante tesi,
abbiano scalfito anche l’orgoglio dormiente di
molti messinesi.
Un
disastro ideologico se consideriamo anche
la forzatura con la quale la città, a causa di
un presunto dilagante ateismo, è spogliata
della grazia e della misericordia di Dio,
finendo col soffocare anche la speranza
necessaria per relazionarsi con Lui.
Volendo
poi spiegare un evento inspiegabile, scandalizza
ancor più l’uso convulso di un teorema
riconducibile più alla mitologia che alla
religione, dove un dio tutto fulmini e saette
punirebbe inesorabilmente le blasfemie di un
popolo a lui infedele.
Proprio
l’infedele Messina, secondo il noto
opinionista di radiomaria, si sarebbe macchiata
di peccato mortale, rea di aver negato
l’esistenza di Cristo e pagando, per questo
crimine sacrilego, con la vita di decine di
migliaia di suoi cittadini. La punizione divina,
inflitta alla città con grande efferatezza,
spiegherebbe così anche l’inquietante
turbamento spirituale che questa tesi ha finito
col suscitare. Utile crediamo per alimentare il
dubbio sul bisogno o meno di vivere in relazione
con Dio, o se, come spesso accade (più oggi che
un secolo addietro), non sia invece più
conveniente vivere come se Dio non esistesse. Ci
auguriamo che tali supposizioni non celino anche
qualcosa di più perverso, perché, per certi
versi, suonano come quell’antico monito
inquisitore che trasformava in condanna
corporale il peccato, per concludersi nel dramma
del rogo.
Vi
sarebbero poi alcune considerazioni
storiche sulle quali riflettere, tutte
riconducibili al presunto castigo patito, perché,
al contrario di quanto asserito dal De Mattei,
nulla mancava a Messina per essere considerata
una città osservante e fedele a Dio. Questo non
solo per le 130 chiese presenti sul territorio
prima del terremoto, molte delle quali destinate
alla devozione mariana, le cui radici risalgono
addirittura al 42 d.c., ma anche per le opere
compiute con fervore e zelo dalla maggior parte
dei suoi cittadini, in parte documentabile
attraverso l’esempio virtuoso di oltre
settanta confraternite attive a quel tempo. I
pii sodalizi, la cui prima presenza in città si
ebbe intorno all’anno mille, si distinguevano
per la costanza e l’intensità con la quale
svolgevano, fino al giorno prima del disastro,
opere di sostentamento e di carità cristiana.
Una convinta promozione di ispirazione religiosa
che testimonia l’entusiasmo con il quale era
professata in città la fede cristiana. Le
stesse grandi figure di don Luigi Orione e di P.
Annibale Maria di Francia furono testimoni di
questo grande fervore religioso. Loro non si
batterono contro i messinesi, perché
scristianizzati, come si potrebbe evincere da
alcune allusioni fatte dall’opinionista, ma
entrambi invece furono costretti a lottare
soprattutto contro la
spada delle precedenti leggi eversive (1866) e
la crescente spinta laicistica dello stato
italiano che sempre più soffocava
l’intraprendenza delle istituzioni religiose,
fino a mortificarle con la sottrazione dei beni,
limitandone, di fatto, l’autonomia e la
funzione sociale. Citare poi l’omelia di Padre
Annibale del novembre 1905 come un messaggio
profetico e premonitore può essere utile solo a
scalfire il ricordo di un uomo santo,
particolarmente sensibile e bisognoso di
affidare le anime di tanti suoi concittadini
alla misericordia del Signore. In quale omelia,
infatti, anche ai giorni nostri, i fedeli non
sono ammoniti per i loro peccati? Da quanti
pulpiti continuiamo ad ascoltare che l’uomo è
destinato a rispondere delle sue malefatte al
tribunale di Dio? Se questi dovessero essere i
presagi saremmo colpiti da una catastrofe tutte
le volta che si celebra una messa. Questo non
perché Dio non sia presente in ogni momento
della nostra vita, ma proprio perché lo è
sempre più con instancabile pietà e infinita
misericordia.
Da
credente mi piace immaginare invece che
sia don Luigi Orione sia P. Annibale furono
mandati e preparati da Dio per risollevare la
città dal disastro, come ulteriore conferma
dell’amore del Padre che si manifesta anche
attraverso l’illuminata ed esemplare missione
dei suoi servi.
Vi
sono infine una serie di interrogativi al
quale ogni coscienza è chiamata a rispondere:
Può annidarsi il male laddove non esiste il
bene? Se il male è attratto dal bene, come
uomini potremmo riconoscere il bene in assenza
del male? Il male, che si diffonde rapidamente,
in maniera più subdola non divampa maggiormente
dove splende la luce di Dio? Non verrà,
infatti, Gesù stesso continuamente tentato dal
male? Potremmo pertanto supporre che l’ateismo
e il satanismo che attecchiranno in città,
all’inizio del secolo scorso, documentati da
alcuni riprovevoli episodi organizzati da
sparute frange di proseliti, potrebbero anche
essere la prova di quanto appetibili fossero le
anime dei messinesi per la voracità del
maligno.
L’aver
infierito dunque sul carisma e
sull’identità religiosa di cui godeva Messina
ai tempi del disastro ha finito con lo sfiorare
il sacrilego. Un’ulteriore offesa per una città
che nei secoli più volte era stata insignita
del titolo di città prediletta e devotissima a
Maria.
E’
vero che oggi potrebbe apparire così
Messina, con quelle antiche macerie, materiali e
spirituali, ancora per le strade, dove non si
riesce più a scavare per avere salva almeno la
gloria.
E’
anche vero che come cittadini, volgendo
lo sguardo al passato, dovremmo provare grande
vergogna, proprio perché consapevoli di essere
figli di illustri antenati. I nostri padri,
infatti, di tutto avevano fatto per rendere la
nostra città bella, vivace, prosperosa e
accogliente, non solo per il loro benessere ma
soprattutto per quello dei loro figli e dei
figli dei loro figli.
Oggi
confusi e inermi sopportiamo anche
l’insopportabile, persino il pietoso silenzio
di tanti illustri concittadini che
inspiegabilmente tacciono su questa inquietante
vicenda. Memori di tanta grandezza non possiamo
dimenticare che Messina, durante la sua lunga e
gloriosa storia, ha avuto e goduto di tutto.
Dall’arte alla cultura, dalle bellezze
naturali a quelle paesaggistiche, dalla fiorente
economia al fervore religioso, tutto e molto più
per essere considerata una città molto cara
Dio.
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